Il Palazzo Barone Amatucci, oggi sede del Comune di San Potito Ultra, ha spalancato le sue porte, il 4 febbraio 2006, inaugurando il Museo del Lavoro: un vero e proprio Museo delle Arti e dei Mestieri, forse il primo del genere in Campania, grazie alla donazione De Felice-Sbriziolo.
Le suggestive gallerie delle cantine del settecentesco palazzo baronale, rimesse a nuovo, ripulite, pavimentate, imbiancate e arredate con belle vetrine in legno, grazie alla operosità ed alla bravura degli stessi dipendenti comunali e di tanti volontari, hanno presentato ed esposto una ricchissima raccolta di oggetti della cultura materiale del mondo del lavoro con sezioni che vanno dalla metallurgia alla falegnameria, all’oreficeria, alla stampa e alla rilegatoria, alla sartoria, al mondo della musica, al mondo del trasporto, alla chimica e molto altro.
L’allestimento espositivo, curato da Giovanna Silvestri e Orsola Tarantino Fraternali ha proposto dei percorsi suggestivi il cui motivo conduttore è stato il tempo, il trasorrere del tempo, con i suoi ritmi di lavoro, della bottega come della campagna, della natura, della casa, rappresentativo insomma della vita stessa degli uomini, tendente a svelare i diversi piani su cui si svolge la vita degli uomini (F. Braudel).
Il fulcro del Museo è costituito dalla collezione De Felice-Sbriziolo, a cui si sono aggiunte nel tempo altre donazioni. Si tratta di una ricchissima raccolta antologica di centinaia e centinaia di oggetti, dei più diversi attrezzi e strumenti di lavoro del tempo passato, donata dall’architetto Eirene Sbriziolo De Felice alla Provincia di Avellino, nell’arco di quattro anni (2001-2004), proprio in virtù di un profondo legame affettivo che ha legato suo marito Ezio all’Irpinia, terra nella quale sono stati presenti nella loro veste professionale, sin dagli anni ‘50 attraversandola in tutta la sua vastità, imparndo a conoscerne i problemi, e perciò ad a amarla. Successivamente la collezione è stata interamente trasferita al Comune di San Potito Ultra, che si è rilevato l’habitat naturale, il luogo, forse, a cui aveva sempre pensato Ezio De Felice. La raccolta, risultato di un appassionato ricercare dell’architetto Ezio Bruno De Felice e di sua moglie nell’arco della loro vita, è stata per anni assemblata e sempre più arricchita con nuovi reperti, ritenuti degni di essere sottratti all’oblio dell’umanità, in un luogo straordinario: il Teatrino di Palazzo Donn’Anna di Napoli, opera del Fanzago, appoggiato sul mare di Posillipo, tra le ville romane. Il luogo, con la sua magica atmosfera, ha tenuto insieme un vera e propria costellazione di arti e mestieri tale da costruire essa stessa una prima galleria espositiva in attesa di realizzare un sogno, quello di far viaggiare quegli oggetti, “salvarli dalla dimenticanza e dalla distruzione per poi lasciarli in un luogo più adatto a testimonianza dell’uomo” (Ezio De Felice). Il Museo di San Potito va ad arricchire e completare l’elenco delle donazioni fatte da Eirene e suo marito Ezio, come la raccolta di manifesti storici a stampa e colorati a mano alla Provincia di Benevento; la raccolta di gemme e pietre dure al Museo Campano di Vico Equense; la raccolta di pietre dure, grezze e lavorate al Museo di Mineralogia dell’ Università Federico II di Napoli; la raccolta di oggetti in tartaruga, oggi al Museo Duca di Martina, nella Villa Floridiana, e la Raccolta di Maioliche del XIX secolo alla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli, alcune delle quali utilizzate per il restauro della chiesa monumentale di S. Michele ad Anacapri. Una collezione di 900 riggiole è esposta nel Museo delle Riggiole di Vietri. Eirene Sbriziolo ha saputo costruire, con le sue donazioni, una rete tale da far sistema nell’ambito della regione Campania, e San Potito, con il suo nuovo Museo, potrà dialogare, potrà inserirsi in questa rete per costruire e consolidare un rapporto con il territorio e diventare , così, il paese della civiltà e della cultura del lavoro, come ha affermato, con l’entusiasmo e la caparbietà che lo contraddistinguono, il sindaco Giuseppe Moricola.
Il Museo del Lavoro, non semplice archivio di memorie, ma una prima tappa di un cambiamento ricco di iniziative come quella di farlo vivere con occasioni innovative dentro una rete, un sistema provinciale e regionale come è avvenuto a Siena ed a Vicenza, in un confronto continuo di esperienze diverse. La Presidente della Provincia, onorevole Alberta De Simone, ha tagliato il nastro e aperto le porte del Museo al foltissimo pubblico, coadiuvata da Francesco Maselli, già Presidente della Provincia, che aveva accolto la donazione nel 2001, durante il suo mandato. L’inaugurazione del Museo è stata preceduta da un convegno sul tema: Un Museo del Lavoro in Irpinia: significati, proposte, obiettivi che ha visto la partecipazione del sindaco Giuseppe Moricola, della donatrice, Eirene Sbriziolo De Felice, di Filippo D’Oria, dirigente del Settore Cultura della Provincia di Avellino, di Paolo Frascani, dell’Università Orientale, di Enzo Alliegro, dell’Università Federico II, di Matilde Romito, direttrice dei Musei Provinciali di Salerno, e del giornalista di RAI 3, Geo Nocchetti, coordinatore dei lavori. Il convegno, che ha visto una foltissima partecipazione di pubblico, di studiosi, di giovani, di cittadini della comunità di San Potito, giornalisti e rappresentanti del mondo accademico napoletano, ha offerto molti spunti di riflessione e proposte di iniziative per un futuro di attività di ricerca e di sperimentazione. Eirene Sbriziolo ha ringraziato la Presidente della Provincia, che, nell’agosto scorso, “ ha dato la svolta risolutrice per la realizzazione di questo Museo del Lavoro in un luogo adatto…attribuendo al comune di S. Potito l’intera raccolta degli oggetti e degli utensili di lavoro, già acquisita all’Amministrazione provinciale nel 2001”. Ha, inoltre, messo in risalto una similitudine formale “ dei soffitti voltati: quello del teatrino di Palazzo Donn’Anna già incubatore delle raccolte di Ezio e questi delle belle cantine di Palazzo Amatucci. Sorprendente perchè le geometrie ellittiche delle rispettive volte sembrano generate dagli stessi fuochi”. Eirene Sbriziolo, vincendo la sua innata riservatezza, ha espresso il suo compiacimento per aver pensato, cinque anni fa, a Giuseppe Moricola per chiedergli consigli sul come avrebbe potuto corrispondere alla volontà di Ezio, e porre mano alla destinazione della sua raccolta di oggetti di cultura materiale.
Era il tempo in cui Giuseppe Moricola ed Eirene Sbriziolo erano impegnati nella Giunta e nel Consiglio Provinciale di Avellino. Ed ecco che, dopo cinque anni, San Potito si trova ad essere il luogo adatto di cui scriveva suo marito. Un luogo che espone le sue memorie ed “offre le tracce del suo passato a nuovi ospiti e le travi di sostegno delle botti della cantina vinicola dei baroni Amatucci si fanno sponde di un’ideale culla di testimonianze altre di lavori e mestieri ”.
Una magia o un segno del destino già scritto? Certo, questo Museo del Lavoro sarebbe piaciuto ad Ezio, così Eirene Sbriziolo conclude il suo intervento. Una prima presentazione di alcuni settori della collezione fu organizzata dal dirigente del Settore Cultura della Provincia di Avellino, Luisa Bocciero, in occasione del Maggio degli itinerari (8 maggio 2004) con una mostra temporanea di annuncio in tre sedi istituzionali di Avellino: la nuova Pinacoteca Provinciale nel Carcere Borbonico, il Museo Archeologico e la Biblioteca Provinciale. Mentre un nucleo, quello relativo alla metallurgia ed alla falegnameria, fu accolto e presentato in una delle gallerie del Palazzo Amatucci di San Potito Ultra, messa a disposizione dal sindaco Moricola.
I relatori, dopo aver espresso il loro apprezzamento per il buon gusto con cui il Museo è stato allestito, hanno anche messo in evidenza come questa collezione proponga un nuovo percorso di metodologia della storia: la memoria sommersa di una storia di cui non si parla, di cui non esiste didattica, su cui i media non si soffermano (Frascani). Questo spiega perchè non esistano Musei del Lavoro, in particolare nel Mezzogiorno. Le grandi collezioni museografiche, infatti hanno soltanto sfiorato il tema della cultura materiale, delle testimonianze di varia umanità, perchè ritenute non capaci di esprimere valori estetici equiparabili alle collezioni di genere presenti oggi nei musei. La soluzione, se soluzione può dirsi, è stata semplice: ignorare del tutto il mondo sommerso della cultura materiale, del lavoro dell’uomo.
Questo che si inaugura a San Potito, è un museo post-moderno nella misura in cui spezza il legame tra comunità locale ed ambito geografico di appartenenza, poichè gli oggetti della collezione De Felice, raccolti in luoghi diversi del Mezzogiorno, sono esposti insieme ad oggetti, attrezzi legati al lavoro della comunità di San Potito. I rapporti museo-territorio e museo-tempo, vengono, in qualche modo rivisti e riconcettualizzati. Questo musero racconta tempi altri non identificabili con altrettanta precisione, quindi un modello nuovo, con una serie di intrecci, sovrapposizioni che gli antropologi chiamano “meticciato” (Alliegro). Sono quindi state evidenziate le potenzialità euristiche di questo nuovo museo: recuperare la valenza conoscitiva dell’oggetto, ricontestualizzarlo nel contesto di appartenenza. È possibile infatti attraverso una radio-grammofono, un macchina per cucire ricostruire tutto un ciclo produttivo, mettere in relazione gli oggetti con altri oggetti, ricostruire contesti di appartenenza: l’oggetto, infatti, ci può parlare del contesto di produzione, dirci chi lo ha costruito, chi lo ha usato, a chi o a cosa era destinato.
Non possiamo chiudere questo breve excursus senza un particolare ringraziamento ad Ezio De Felice e a Eirene Sbriziolo. Grazie a loro nasce a San Potito, in terra irpina, il primo museo del lavoro.
Un particolare grazie a Eirene, che, divenuta essa stessa irpina, per amore, ha voluto con la sua donazione testimoniare: fedeltà ad una terra che ha saputo ospitare questa cultura materiale che Ezio ha voluto consegnare con amore. Un grazie speciale all’architetto Roberto Fedele, punto costante di riferimento e prezioso collaboratore nella costruzione del Museo, che ci ha aiutati, con le sue foto, a fermare frammenti di tempo, del tempo umano del fare, dei momenti del percorso di una vita, momenti come baluardi per arrestare il tempo e costruire memoria per il futuro.
Orsola Tarantino Fraternali
