Suggestioni di un percorso

Il filo conduttore dell’esposizione è lo scorrere del tempo attraverso le varie sezioni del museo: il tempo del lavoro dell’uomo, quello della bottega, quello della campagna, quello della casa, della festa e perfino quello della moda.
Il grande orologio della torre campanaria del comune di San Potito Ultra, in marmo di Carrara con cornice di ghisa, con le lancette cesellate in ferro battuto, accoglie il visitatore invitandolo a proseguire il suo viaggio nella dimensione del tempo passato e a scoprire oggetti dei più disparati mondi del lavoro per recuperarne la memoria. Il tempo del trasporto delle persone viene esaltato da un grandioso e festoso carretto siciliano dai colori dominanti del giallo, del verde e del rosso, colori della terra, del grano, dell’olio e del vino. Due imponenti ruote, anch’esse colorate, lo sorreggono. I carretti venivano realizzati da maestri carradori e pittori esperti che affrescavano le sponde con scene tratte dal mondo epico-cavalleresco, come Rinaldo ed i suoi paladini in lotta contro gli infedeli, o anche le guerre di nobili cavalieri del tempo di Carlo V contro i turchi. Bellissimi i bastoni dipinti e terminanti con testine di angeli, servono a bloccare le sponde del carro. La ringhiera policroma in ferro battuto, lavorata con complesse volute, decorata con una scultura ricorrente come quella del carro dell’Aurora, delimitava lo spazio tra il conducente ed i passeggeri a bordo. Il tempo del trasporto dei prodotti agricoli è invece rappresentato da due fiancate di un carro-traino sampotitese, a quattro ruote del 1934, dipinto in stile liberty nei colori del blu e del viola. Il filo conduttore del trascorrere del tempo conduce il visitatore verso il mondo delle botteghe artigiane come quelle della stampa e della scrittura. Una piccola collezione di strumenti per la grafica degli anni ‘30 del secolo scorso, quando a scuola si insegnva calligrafia, presenta matite, mine, pennini per calligrafia corsiva, pennini tipo Lombardia, pennino forte per l’Italia Meridionale, pennini per scrittura inglese, pennino Parlamento, per scrittura gotica, a forma di manina con l’indice proteso o a forma di torre Eiffel, con le loro originali scatoline-custodia in cartone, decorate da immagini d’epoca. Preziose scatole di cuoio, rivestite all’interno in velluto, contengono compassi, regoli e strumenti per disegno di precisione. La bottega del tipografo presenta un torchio a vite un tempo utilizzato per rendere la carta pronta alla stampa, un secondo attrezzo dotato di due rulli serviva a ribaltare la carta dopo la fase della stampa per passarla poi alla fase della rifinitura e della rilegatura. Una preziosa enciclopedia delle Arti e Industrie Italiane – otto preziosi testi di consultazione, elegantemente rilegati – fa parte di questa donazione che offre, ancora una volta, anche strumenti di lavoro per approfondire, studiare, comprendere questo sconfinato mondo di cultura materiale del lavoro dell’uomo. La bottega del falegname con le sue pialle, le sue seghe, i suoi morsetti, i suoi succhielli, i trapani manuali, i suoi chiodi e il banco da lavoro, evoca il tempo del lavoro manuale in cui l’artigiano, mentre produceva utensili indispensabili strumenti di lavoro quotidiano, nello stesso tempo diventava un vero artista allorchè impegnava il proprio ingegno nella costruzione di pezzi d’opera per cassettoni, armadi, credenze, panche, nelle fogge classiche che richiedevano scultura, intarsio di legni diversi. La sua creatività gli consentiva di cimentarsi nel campo dell’arte facendogli abbandonare la dimensione di semplice operaio. La bottega del fabbro richiama il mondo della metallurgia con la lavorazione del ferro quando l’operaio, con nuna tecnologia sostanzialmente semplice, nella quale venivano usati strumenti come l’incudine , il martello, le forge, realizzava catene per gli utilizzi più svariati, per il focolare, per la cucina, tenaglie, pinze, martelli, roncole, falci e falcetti per la campagna, chiodi battuti in tutte le misure e pesi. Gli strumenti riportano alla mente un procedimento lavorativo antico che aveva inizio con la forgiatura, in grado di rendere plastico il materiale grezzo, il quale, mediante martelli, mazze, magli e tanta forza fisica acquistava la forma voluta, e poi successivamente sgrossato e rifinito. Il fabbro diveniva anch’egli, come il falegname, un vero e proprio artigiano quando realizzava oggetti in ferro battuto come ringhiere, cancelli, serrature, maniglie, pomelli, fontane ed elementi decorativi di sua fantasia.
Nei settori delle botteghe artigiane fanno bella maostra di sè alcuni pezzi di “presepe” realizzati da un arrtigiano del luogo, Sabatino Di Pietro, che ha saputo raccontare arti e mestieri di un tempo come il tipografo, il barbiere, il cucitore di piatti rotti, ecc. Tra i mestieri rappresentati nella esposizione c’è quello dell’orafo: un grande personale passione di Ezio De Felice nella quale si è cimentato tra gli anni ‘70 e ‘80, realizzando collane, ciondoli, spilli con pietre dure, turchesi, coralli, perle, ametiste, malachite, lapislazzuli legate con filo di oro o anche rame, dalle forme degli animaletti, che Ezio aveva messo in versi “insecta anemalucce”, come farfalle, cavallucci, formiche o semplici agate, splendide per le loro venature trasparenti. L’architetto si era organizzato un suo personale corredo di materiali come l’avorio, il corno, la tartaruga, acidi e polveri; e strumenti come bulini, calibri, cannello ferruminatorio, coppelle, crogiuoli, frese, lime, punzoni, saldatori, trapani di ogni tipo e relative punte, spazzole e molto altro. Un vero e proprio cosmo di operosità e grande creatività. Il banchetto dell’orefice era il luogo di lavoro dove l’orafo si metteva all’opera, seguendo le diverse fasi di lavorazione: si iniziava con la preparazione del metallo mediante fusione che riduceva il materiale di partenza in verghe, lamiere o fili, mediante l’uso di crogiuoli e fondenti, permettendone così la successiva lavorazione con martelli, scalpelli, pinze varie. Poi i fili o le lamine unificate con un’operazione di saldatura con diversi componenti attraverso cannucce e fiammelle di lampade; dopo, la materia passava alla rifinitura con cesello o con bulini ed infine si passava alla pulitura ottenuta con utensili in acciaio o emanite, o mediante l’uso di polveri e spazzole. L’angolo dedicato al tempo della musica è li a mostrare e ricordare i rituali festosi delle comunità, dalle feste patronali alle funzioni religiose. Gli strumenti in mostra abbracciano i diversi campi della musica, da quella colta a quella popolare: un armonium a due pedali in legno di radica dim acero che accompagnava cerimonie religiose, un bellissimo piano melodico dei Fratelli Curci di Napoli che consentiva di eseguire brani musicali senza ricorrere all’azione dei tasti, ma facendo scorrere su rulli attivati da una manovella dei cartoni punzonati con le arie di Frà Diavolo del francese Auber e del napoletano Valenre con l’aria de “A’ Bizzuchella”. Tale strumento si diffuse in Italia tra fine ottocento ed inizi Novecento, e può essere considerato l’antenato del moderno juke-box. Gli splendidi organetti-fisarmoniche della fine dell’Ottocento, con il loro luogo di fabbrica inciso nell’interno, “Largo Monteoliveto 3”, con i loro mantici a soffietto, ed infine il prezioso mandolino suonato da Ezio De Felice, costruito appositamente per lui dal maestro liutaio Ottavio Caiazzo, con i suoi preziosi intarsi di legno di ulivo. Ma non manca nella donazione la musica incisa su disco con un delizioso, piccolo giradischi portastile, nè manca uno dei primi radiogrammofoni di provenienza sampotitese, con mobile in legno, radio e giradischi, ancora funzionante. La vetrina degli orologi da tasca è poi quella che ricorda la scansione del tempo personale. Molti e preziosi gli orologi in mostra , dalle casse e doppie casse cesellate in oro e argento, con le loro catene utili a portare nel taschino del panciotto il prezioso compagno del tempo quotidiano. Nell’ottocento l’evoluzione dell’abbigliamento maschile influenzò dunque anche la moda degli orologi, che vennero ridotti nelle dimensioni e nel peso per poter essere contenuti nel taschino. Centinaia sono poi i quadranti policromi in smalto, grandi e piccoli, con moltissimi rotismi in oro e rubini. Orologi a remontoir, ossia da ricaricare senza aprirli, usando una corona posta in cima al bordo di chiusura. Questo tipo di orologio, inventato dal francese Breguet alla fine del XVIII secolo, è stato poi riprodotto in tutto il mondo. In mostra è presente un orologio in smalto bianco e cassa in oro, originale, fiemato Breguet, da oltre duecento anni vanto di uomini e donne illustri come Maria Antonietta, il duca d’Orsay, Churchill ed altri personaggi famosi. Altri orologi, a doppia cassa, con incisioni raffinate sulle chiusure, sono forniti di piccole chiavi per la loro ricarica, vere e proprie minature. Testimoni tutti del trascorrere del tempo e che l’abilità degli orafi e degli incisori ha saputo portare a livelli di grande e vera arte, che, per nostra fortuna, non sono sfuggiti all’occhio attento e raffinato del collezionista-raccoglitore Ezio De Felice. Il tempo scandito dal mondo della moda, solo apparentemente espressione di futilità, volubilità e vanità, irrompe nell’allestimento, in fondo alla galleria principale, con una sontuosa vetrina di una sartoria d’epoca di San Potito con la scritta dei proprietari “Berardino Miranda e Figlio Davide”, al numero civico 77 di via Roma. È un vero e proprio richiamo al retrobottega di una sartoria, come evocato dal quadro di Martelli della fine dell’800, che fa rivivere l’antico mestiere. Le sue vetrine offrono prodotti di merceria, con bottoni nei materiali e colori più variegati, adatti per ogni stagione, per ogni toilette da donna come per uomo; fibbie in metallo di acciaio e dorate, forbici da sarto che evocano quelle che il Moroni dipinse, nel Cinquecento, tra le mani del sartore. Moltissimi complementi di vestiario affiancati nelle due pareti a destra e a sinistra della vetrina, da preziosi, antichi bracci di macchine per ol cucito (1851-1880), delle marche più note della fine del XVIII secolo e la prima metà del XX: Singer, Romanoni, Vesta, Renania, Höhler, Frisher e Russmann di Berlino, ecc. L’uso di questo apparecchio di così piccole dimensioni e di facile utilizzo apportò un notevole vantaggio alla vita economica e sociale. Ma la moda non è presente soltanto con migliaia e migliaia di bottoni, fibbie ed altri materiali di origine nazionale. Viene presentato, infatti, uno splendido abito arabo di Ryad, in Arabia Saudita, facente parte del corredo dotale di una principessa , moglie del,principe Tahal El Saud, che ne fece dono ad Ezio De Felice in un viaggio in quel mondo lontano, durante il suo percorso professionale. Si tratta di un abito degli anni ‘50 del XX secolo, in pizzo nero su tulle, di dimensioni grandiose, ampio 500 cm. e lungo sul davanti 145 cm., sul dietro 370 cm. È dotato di una rigida pettina a punta intrecciata di oro, ed ha maniche amplissime, più di due metri ognuna, orlate di bande e paillettes d’oro. Due grandi inserti in seta rosso-fucsia con decori di grandi fiori in oro danno risalto e luce all’intero abito. Altri preziosi monili riservati al mondo della moda sono esposti in un armadio vetrina con borsette in maglia di argento degli anni ‘20 3 ‘30 del XX secolo, con cuciture e fibbie anch’esse argento e monili, chiusure, fibbie preziose. Ma non poteva mancare il tempo intimo della famiglia e della casa, del lavoro della donna irpina abile nel realizzare merletti ai fuselli, lavorando al tombolo, su quel grande cuscino ripieno di paglia; la donna poggiava il cartone con il disegno del pizzo che eseguiva in estenuanti ore di paziente lavoro, intrecciando talvolta centinaia di “tommarielli” e fili di lino, insieme ai suoi solitari pensieri di donna. Ma una culla di Thonet, in legno a forma di petali è li aricordare la cura dei figli, come richiamo al tempo dell’infanzia ed una stufa sampotitese di forma cilindrica in metallo ricorda il bisogno di proteggere dai rigori invernali il mondo del bambino. Una antologia- carosello di chiavi in ferro attira l’attenzione sulle loro dimensioni, la loro forma evocando il bisogno di chiudere la porta al mondo e godere dell’intimità e sicurezza della casa, perfino ricorrendo ad un rassicurante catenaccio. La cura della casa trova il suo calore nelle belle ceramiche della collezione De Felice Sbriziolo arricchite da quelle tipiche della zona di San Potito racchiuse, nelle vetrine come richiamo delle credenze che traboccavano di vasetti riempiti di conserve di frutti della campagna, ma anche vasi ornamentali di abbellimento della casa. Due grandi torchi, oltre a richiamare il tempo della vendemmia, riportano alla mente il lavoro della spremuta delle uve, a cui partecipava l’intera famiglia dai bambini agli anziani, per seguire tutte le fasi della vendemmia, dalla raccolta nei campi al trasporto, e quindi fino all’imbottigliamento. Grandi botti erano pronte a ricevere il pregiato liquido, rosso o bianco, per la provvista annuale della famiglia. Attualmente una serie di vetri per la distillazione, esprimono le fasi della distillazione, esprimono le fasi della distillazione: cilindri graduati con relativo rubinetto, matracci a forma di fiasco dal lungo collo, palloni, refrigeranti, imbuti e moltissimi altri contenitori utili in questa delicata fase della produzione dei vini. Inoltre vale la pena ricordare una serie di oggetti non ancora esposti quali i flipper, gli ex voto in argento, cineprese e macchine fotografiche e una serie di strumenti ancora da studiare. Il viaggio nel tempo si arresta qui, solo momentaneamente, tanti gli oggetti che, pur significativi per la loro funzione, rinviano certamente a concetti molto più vasti, espressione di una storia che trascende quella del luogo singolo, del singolo artigiano, per parlarci dell’uomo, della donna, dei loro rapporti di classe, dei movimenti migratori, delle religioni, della cultura popolare insomma.

Giovanna Silvestri