Una storia che continua

Quando il Comune di San Potito, nell’ormai lontano 2006, ha ricevuto una parte cospicua della eclettica collezione De Felice-Sbriziolo abbiamo pensato subito che essa dovesse sistemarsi sotto la denominazione di Museo del Lavoro. Non un museo di civiltà contadina, come i tanti che esistono nella nostra provincia e ovunque la civiltà agraria ha racchiuso gran parte della vita materiale delle popolazioni. Piuttosto un contenitore espressivo di quel lavoro manuale i cui prodotti sono stati destinati al consumo di diversi ceti sociali e che spesso riferiscono di una specifica condizione sociale e materiale dei fruitori. Per questo non un museo del lavoro inteso esclusivamente come testimonianza di cangianti mutamenti nell’organizzazione produttiva, né un museo confinato in un rigido perimetro localistico. La varietà degli strumenti, dei manufatti, degli attrezzi raccolti dall’architetto Ezio De Felice, in realtà, aprivano con una identica suggestione evocativa percorsi interpretativi diversi che ci portavano dal raffinato ambiente della moda, della sartoria, dell’oreficeria dell’orologeria, all’armonioso retrobottega di un artigiano di strumenti musicali, dalla frenetica attività di una tipografia, alle scrivanie di professionisti o studenti piene di pennini o compassi, per finire alle botteghe artigiane da cui tutto aveva inizio. Il lavoro, dunque, come una chiave di ingresso per esplorare mondi diversi, ma anche come risvolto per comprendere come esso si trasformava al mutare delle condizioni storiche. Un museo che gronda di materialità ma capace di far affiorare mentalità, pensieri, miscocosmi, grumi di reale vissuto quotidiano. Nei suoi quasi due decenni di vita, il Museo del Lavoro è rimasto fedele a questa sua vocazione iniziale. Ogni oggetto che si è aggiunto alla collezione iniziale è stato considerato, accolto per questa sua entrinseca qualità di riferire degli uomini e delle donne che l’hanno ideato, di quelli che lo hanno costruito e soprattutto di tutti gli altri che ne hanno fatto uso. E tutte le persone che in questi anni, con grande generosità e abnegazione, hanno contribuito a farlo vivere sono state contaminati da questa ansia di conoscenza, assumendosi il faticoso compito di preservarlo, curarlo e soprattutto trasmetterne il senso alle migliaia di persone che lo hanno visitato. Permettete di ricordare su tutti Geppino De Marco, Antonio Amatucci, Italo Mauriello che ora non ci sono più, i quali ciascuno a modo suo hanno inteso onorare il fatto di essere “amici” del nostro Museo. E poi Sabatino Di Pietro, vera colonna del Museo , che con la sua inesauribile vena di presepista e di capace artigiano tuttofare è il più fulgido esempio delle valenze che si è voluto attribuire al concetto di lavoro. Non possiamo dimenticare, in questa se pure parziale carrellata di riconoscimenti, Pina Porfido, attuale presidente della Associazione “Amici del Museo del Lavoro”, per la sua capacità di arricchire la vita del Museo con iniziative di grande valenza sociale e culturale e con lei quel manipolo di uomini e donne che hanno prestato la loro opera di volontariato, in qualsiasi ruolo siano state impegnate. E’ doveroso volgere a tutti loro un profondo pensiero di gratitudine, nel momento in cui, sempre insieme, e speriamo con tanti altri, andiamo a ricominciare o meglio a continuare una esperienza che non è soltanto quella di contribuire alla gestione del nostro Museo, ma è soprattutto una bella pagina di vita comune e di genuino senso civico. Da questo punto di vista, il Museo del lavoro acquista un valore ancora più importante, perché tracima dai tradizionali confini di tale istituzione per diventare un concreto esempio di responsabilità etica, un prezioso modello di vita civile e culturale. Per tutti questi motivi, nel momento in cui ci apprestiamo a vivere un’altra stagione del Museo del Lavoro, nella quale l’istituzione avrà a sua disposizione spazi resi più ospitali e funzionali, è parso giusto e benaugurante ricordarci da dove e come siamo partiti. Riproponiamo in queste pagine gli interventi di chi nel 2006 contribui ad allestire il Museo e soprattutto la cronaca della sua inaugurazione, una giornata indimenticabile che vide la presenza di quanti, a partire da Eirene Sbriziolo, avevano voluto che il Museo nascesse nel nostro comune. Si tratta di testimonianze tratte dalla Guida del Museo stampata per l’occasione e che nel tempo è andata esaurita. E un po’ come tornare a tessere il filo che diciasette anni fa incominciammo a srotolare, senza sapere bene allora a quale incredibile ordito avrebbe dato origine. Nel momento in cui riapriamo le porte del Museo siamo più consapevoli delle sue prospettive e del lavoro che ci attende. E già! perché ancora di lavoro parliamo, quel valore irrinunciabile che abbiamo voluto per identificare il nostro Museo, ma ancor di più per non dimenticare il suo irrinunciabile significato per la vita e la dignità di ogni essere umano.

Giuseppe Moricola